Settembre 1997

Pochi giorni prima del matrimonio di mia cugina, una mia cara amica mi chiama e mi dice che la storia che aveva con il suo fidanzato storico (sette anni insieme poi la fatidica crisi) é finita. Conosce un altro, anzi ri-conosce un altro ragazzo, perché era un suo ex compagno di scuola. Me lo vuole fare conoscere perché senza la tua approvazione, dice, non vado da nessuna parte. Accetto l’invito. Andiamo a mangiare la pizza. A metà serata prendono una penna e lui inizia a scrivere qualcosa sulla tovaglietta di carta marrone:”l’11 Giugno 1998 io e la Lellina ci sposiamo. Ovviamente tu sarai la testimone”.<br /><br />A parte lo stordimento di sapere che questi due avevano deciso di sposarsi dopo solo tre mesi di frequentazione, ero ancora una volta entrata nel girone dantesco dei testimoni. Cominciò anche lì un periodo di stress pazzesco e non solo per il nuovo lavoro che avrei inziato di lì a poco ma perché una nostra amica in comune era certa che la testimone sarebbe stata lei e quindi come dire, ce l’aveva con me. Io vinsi la sfida per una miriade di motivi che non vi sto a raccontare, ma vi dirò in seguito quello che é accaduto durante il ricevimento.<br /><br />Vi devo anche ricordare che tutte le volte che ho fatto da testimone ho dovuto anche avere l’onore o l’onere di leggere le letture e quando non facevo da testimone mi chiamavano sempre per leggere con la scusa della bella voce calda e sensuale.<br /><br />Comunque dopo aver rotto il ghiaccio con il matrimonio di mia cugina potevo farne altri cento e così é stato.<br /><br /><br />In quegli anni mia zia lavorava in uno dei più importanti atelier alta moda sposa di Firenze ed é proprio con il matrimonio di questa mia cara amica che ho iniziato a portare tutte o quasi le mie amiche in questo atelier ad acquistare il loro abito nuziale. Non solo dovevo sentirmi chiedere a tutti i matrimoni la fatidica frase, ma tu quando ti sposi, da parte dei parenti, ma adesso anche la commessa dell’atelier (che mi conosceva di vista) mi faceva domande su domande sul mio eventuale, futuro, inesistente matrimonio e del vestito che mi sarebbe stato meglio. Una vera e propria tortura psicologica, molto più dolorosa della fisica.<br /><br />Arrivò anche l’11 giugno. Ci svegliammo la mattina con un temporale degno del più tremendo incubo. Ero una belva, neanche fossi io quella che si doveva sposare. C’era un problema. Il vestito che indossavo era molto leggero, le scarpe chiare, il cappello, insomma sarebbe stato una rovina se avesse piovuto. Improvvisamente l’acqua cessò, iniziò a spirare un vento provvidenziale che scacciò le nubi e lasciò il posto ad un azzurro indaco e ad un’arietta pulitissima. C’era stato un angelo che ci volle bene.<br /><br />Finita la cerimonia ci dirigemmo verso il castello situato nel Chianti fiorentino (che tra l’altro fui io a scoprire) e lì dopo aver mangiato e bevuto il nostro aperitivo e fattie le foto di rito, la mia amica salì su una terrazza che si affacciava sul cortile del castello per il classico lancio del bouquet. Intenzionalmente lei voleva gettarlo verso di me, ma la ragazza che non era stata fatta testimone mi si gettò praticamente addosso e con una grande gomitata me lo strappò di mano. Ci tenevo più alla mia faccia che al bouquet quindi lasciai perdere (anche perché anche a lei non ha portato così tanta fortuna).Lasciai perdere tutte le altre volte che le spose lanciavano i loro bouquet, fino a quando, andando in là con gli anni  le mie amiche, le mie parenti, forse impietosite me lo regalavano anche perché non c’era poi più così tanta folla al lancio del bouquet. Si erano tutte già sposate.<br />Questo matrimonio me lo ricordo più che altro per questo: pioggia del mattino e la gomitata allo zigomo per appropriarsi di un bouquet che non le durò neanche una volta essiccato. Un segno, credo.

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